di ROBERTO MILONE
«Andiamo a vedere una scuola che insegna italiano agli immigrati ad Acilia. Ti passo a prendere verso le 16».
La voce è quella di Giuliano Crepaldi, presidente della San Vincenzo di Roma. Poi aggiunge: «Ce la fai a venire?».
Poco dopo siamo già in macchina, in coda sul raccordo di Roma, mentre la pioggia continua a cadere in un martedì pomeriggio. Una di quelle giornate, visto il tempo, in cui vorresti stare solo a casa.
«È una bella realtà questa della Conferenza di Acilia della San Vincenzo, nata quattro anni fa per insegnare italiano, e non solo, agli immigrati arrivati nel nostro paese. Stanno utilizzando delle stanze nella parrocchia di San Francesco d’Assisi ad Acilia». È sempre Crepaldi a parlare.
Conosco abbastanza i volontari e le volontarie della San Vincenzo di Acilia, una storica frazione di Roma sulla via del mare, dove oggi vivono più di 100 mila abitanti. La San Vincenzo di Acilia mi ha sempre fatto una impressione positiva, persone concrete che si danno da fare. Ancora qualche domanda al presidente Crepaldi, poi ci accoglie la grande piazza davanti alla parrocchia.
Il ruolo dei volontari e della San Vincenzo
Prima delle parole ci arrivano i sorrisi e le strette di mano dei volontari che hanno messo su questa realtà, che hanno voluto chiamare «La scuola del villaggio». Manca circa un’ora all’arrivo degli studenti. Le lezioni sono previste per le 18, tutti i martedì e i venerdì pomeriggio. Non so perché, ma ho la sensazione che una porta si sia aperta, ci abbia accolto e il cattivo tempo sia rimasto fuori.
Iniziamo a parlare, prima di trovarci in cerchio in una stanza utilizzata per le lezioni. Molte realtà di aiuto nascono quasi per caso, sulla buona volontà delle persone. La Scuola del villaggio non fa davvero eccezione.
«È stato Toni. Ospitava delle madri ucraine scappate dalla follia della guerra, a iniziare il tutto. Bisognava insegnarle l’italiano, di cui non conoscevano una parola. Poi sono arrivati altri immigrati da tante parti del mondo. Avevano bisogno di tante cose, di aiuto».
Spuntano le parole umanità, solidarietà.
«Non sapevamo da dove iniziare. Servivano volontari. Gente che voleva aiutare». E, mentre aumentavano gli immigrati, arrivavano anche quelli che si sono messi a disposizione.
A fornire i primi dati è Rosa, sposata con Giulio, madre di tre figli: «Attualmente ci sono 60 adulti di livello base e 40 bambini e ragazzi che frequentano il doposcuola. Le lezioni si svolgono il martedì e il venerdì, dalle 18 alle 19.30, nei locali della parrocchia».
Accoglienza, integrazione e comunità
Pochi minuti, in cerchio, che racchiudono una storia, un racconto di vita. Qualcosa che è stato costruito, che sta andando avanti, che merita di essere raccontato e, prima ancora, vissuto. Saremo in tutto una decina di persone, che aumentano di minuto in minuto. Altri insegnanti, volontari che arrivano, si presentano, sorridono e si siedono.
Non sono loro i protagonisti, ma l’umanità che aleggia in quella stanza della parrocchia diventata aula scolastica. C’è Roberta, che ha portato dei volumi della Banca d’Italia, veri manuali per chi è arrivato nel nostro Paese: come si usa un bancomat, una carta di credito, come funziona la banca, l’uso dei soldi. Un passo in avanti verso l’integrazione. Roberta sorride, prima di dire che aiutare significa, per prima cosa, ricevere: ricevere gioia e dare gioia. Dare un senso a quello che facciamo.
Un’altra perla della Scuola del villaggio è l’accoglienza ai figli di chi frequenta le lezioni: un asilo nido vero e proprio, con insegnanti per i più piccoli, mentre le madri sono a scuola a imparare l’italiano. I bambini arrivano da tante parti del mondo. Stanno insieme, i più piccoli, sperimentando un linguaggio antico che unisce, quello del gioco, sotto gli occhi attenti delle volontarie. Il futuro del mondo.
Alcune sono insegnanti di asili nido, altre semplici volontarie. Donne che aiutano altre donne. La chiave, il motore della scuola. Si dipanano i nomi mentre il racconto va avanti: Valeria, Marcella, Rosa.
«Ci sono giornate in cui i bambini arrivano a più di quaranta presenze. È un bel impegno, ma siamo contenti, vuol dire che tutto sta funzionando».
Quando imparare una lingua significa sentirsi a casa
«Di chi è stata l’idea?».
Un sorriso come risposta. Un momento di pausa.
Dalla porta è appena entrato Jorge, peruviano. È stato uno dei primi studenti della scuola, quattro anni fa. Oggi lavora come odontotecnico in uno studio dentistico. Ma la vera notizia non è questa. Insieme a lui entrano nella stanza sua moglie e suo figlio di nove anni. Sono appena arrivati dal Perù. Un vero ricongiungimento familiare. D’ora in poi vivranno insieme, con Jorge, in Italia. Si siedono, e lui traduce per la sua famiglia.
«Cosa ricordi, Jorge, del primo giorno di scuola, quattro anni fa?».
Parla un buon italiano. Non ci pensa un secondo: «Come mi hanno accolto. Mi sono sentito subito accettato».
Ovviamente non tutti gli studenti provengono dal Sud America. Già, da dove arrivano? L’elenco non è dei più brevi: Bangladesh, Sri Lanka, India, Cina, Romania, Moldavia, Bosnia, Ucraina, Russia, Albania, Etiopia, Mali, Uganda, Perù.
Culture diverse. Modi di vivere diversi e, ovviamente, religioni diverse. Come vivere la fede. «Non è un problema?».
La risposta è semplice e inaspettata.
«È vero, questo può essere, ed è stato, un ostacolo da affrontare, alcune volte. Cristiani e musulmani e non solo, ma la parola accoglienza è una parola che, se applicata, apre parecchie porte e poi anche tra noi volontari, insegnanti, non tutti sono cattolici».
Altre parole non pronunciate che emergono in quella stanza della parrocchia. Umanità, accoglienza universale. Una parrocchia che, guarda caso, si chiama San Francesco d’Assisi. Il cristianesimo è veramente presente in quelle stanze, nell’idea di scuola.
«Tutto questo è un segno del Signore».
«Noi siamo strumento».
Un linguaggio cristiano che si fonde con il linguaggio universale dell’umanità. Dai volontari agli immigrati e viceversa, il passo è breve. La chiave del perché della Scuola del villaggio.
Sono quasi le 18. L’inizio delle lezioni. Gli studenti sono nelle rispettive aule. Stanze semplici che ospitano un importante compito. Porte che si aprono, sorrisi che ci accolgono. Volontari, insegnanti, studenti. Problemi da superare, risultati da raggiungere, primo fra tutti imparare l’italiano. Una nuova lingua che apre le porte per nuove esistenze. Il futuro da costruire.
Superare barriere fisiche e invisibili, ma non meno difficili da superare. Altre persone che si aggiungono a Valentina, Laura, Claudio. Da quando il tam tam «cerchiamo volontari per la Scuola del villaggio» si è messo in moto. Quanto sono lontane le polemiche, gli inutili e stupidi dibattiti televisivi.
«Qui ognuno porta il suo».
«Forse così si costruisce la pace».
«Nella vita si va avanti insieme».
«Questa è l’Italia che ci piace».
Mentre torniamo verso la macchina per tornare a Roma, la pioggia ci accoglie di nuovo. Le parole e la realtà appena vissuta mi rimangono nella mente. Un bel messaggio di Natale. Un bambino povero tra i poveri che viene al mondo. Che sorride, che fa capolino in una realtà che merita di essere raccontata e vissuta, chiamata «La Scuola del Villaggio».








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