ANGELI DEL CIELO, BAMBINI DELLA TERRA

di ROBERTO MILONE

“Arrivano da noi con il volto perso nel nulla. I più sono in totale silenzio, forse sono i loro occhi che parlano. Si portano dentro l’orrore che hanno vissuto. I boati della guerra. Genitori che rimarranno solo nei ricordi…”.
A parlare è una dottoressa dell’ospedale Bambino Gesù di Roma che accoglie insieme a tanti altri colleghi e opera per salvare e dare speranza ai bambini palestinesi delle Striscia di Gaza. Prima di loro erano arrivati altri bambini bisognosi di cure provenienti da un altro Paese martoriato dalla guerra dei grandi: l’Ucraina.

La dottoressa è seduta di fronte a noi poco prima dell’inizio della serata voluta dalla San Vincenzo De Paoli con l’obiettivo di raccogliere fondi, soldi, che devono trasformarsi in cibo per i bambini e le loro famiglie palestinesi martoriate dai bombardamenti.

È sabato 13 settembre. Più di 60 mila morti. Centinaia di bambini vittime di guerra e, soprattutto, della mancanza di cibo. Le fredde cifre. La risposta dell’esercito israeliano e del suo governo al massacro di civili israeliani lungo il confine con la striscia di Gaza da parte dei terroristi di Hamas.
Qualcosa di spaventoso. L’orrore in terra. Migliaia di civili, famiglie intere massacrate. Uccise con un odio indicibile. Tel Aviv non poteva lasciar perdere. La comunità internazionale lo sapeva. E così è stato.
Dalla geopolitica a quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. L’orrore senza fine si è allargato a dismisura senza nessun confine. Tutto è permesso. Milioni di persone in fuga dalla loro terra senza una casa con tanti fagotti e, i loro bambini che seguono i grandi spingendo poveri carretti.
Sono piccoli, hanno pochi anni. Ma perchè? La domanda aleggia in una serata di settembre mentre giornalisti de L’Osservatore Romano, responsabili della Caritas e medici iniziano a parlare davanti a centinaia di persone che poco prima avevano donato un aiuto concreto.
Affinché, qualcuno dice, anche quei bambini possano mangiare un po’ di pane per alleviare la fame che i grandi in divisa hanno deciso che devono patire.

Già, i bambini…

C’è un filo rosso che lega le tante guerre di ieri e di oggi con l’essere bambini. La speranza per il futuro che viene uccisa, sradicata. Insegnamenti che dovremmo far nostri affinché questi orrori non avvengano mai più.
E invece… gli insegnamenti della storia. Tornare indietro di pochi anni. Quasi in contemporanea con i nostri giorni. I titoli dei mezzi di informazione.
La Santa Sede impegnata per la liberazione e il ritorno a casa dei bambini ucraini portati via dalle loro famiglie dai soldati russi che hanno invaso una terra, una nazione. Con quale diritto? La forza del più forte.

Quanti bambini hanno subito tutto ciò?

A Pec, cittadina del Kosovo, un capitano dell’esercito italiano, osservatore dell’Onu ci parlò della guerra che contrapponeva i paramilitari serbi con i Kosovari albanesi. I massacri senza fine.
Un bambino di otto anni ucciso dai paramilitari serbi con un colpo di pistola alla testa. Il nostro capitano testimone di tutto ciò.
La domanda “capitano ma lei che ha provato in quel momento?”. La risposta dopo un momento di silenzio. “A mio figlio, che si trovava a Trieste, e a quanto fosse fortunato”.
Al comando italiano, in missione di pace, ci avevano raccontato la storia di un neonato trovato dai nostri soldati in un cespuglio appena nato. In pieno inverno. Era figlio di una donna kosovara violentata dai paramilitari serbi.
Era stato adottato da un’altra donna di un vicino villaggio, a patto che si chiamasse Fatmir, che in italiano voleva dire “speranza”.

Alcuni anni prima, nell’assedio di Sarajevo i cecchini venivano pagati per uccidere specialmente i più piccoli. L’assedio di quella città della Bosnia iniziò con l’uccisione di un ragazzo e di una ragazza. Mussulmano lui, cristiana lei, poco più che bambini su un ponte che univa i due quartieri.
Sul ponte una lapide ricorda i Giulietta e Romeo dei Balcani. Uccidere i bambini vuol dire uccidere la speranza nel futuro. Lo sanno bene i dittatori e i loro soldati che commettono queste atrocità.

In questi giorni si ricordano i quattro giorni della rivolta della città di Napoli contro i nazisti. 27 settembre 1943.
L’insurrezione della prima città che si sollevò vincendo contro la barbaria nazista iniziò con l’uccisione di una madre e dei due figli. Rimasero lì sull’asfalto nel loro quartiere di Napoli.
Un urlo si sollevò per tutta la città che portò alla cacciata degli occupanti.
I bambini non più tali, indottrinati in alcuni Paesi africani, con i fucili in braccio nelle guerre civili, finanziati da chi sta comodamente in ricchi luoghi a far soldi. Il traffico d’armi.

Qualcuno ha detto: parlare dei bambini palestinesi che muoiono di fame nei talk televisivi, nei dibattiti di esperti di geopolitica è come discutere se fosse vero o meno l’esistenza dei campi di concentramento dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
C’è qualcosa che stride, non funziona.
La verità è una sola. Non si può accettare che bambini di qualsiasi nazione muoiano di fame perché non ricevono aiuti, cibo.
La nostra storia, la nostra umanità, l’essere popoli democratici, il nostro essere cristiani non possono accettare tutto questo.
Non a caso il mondo cattolico è in prima fila nell’aiutare quei bambini. Non c’è geopolitica, dibattiti, prese di posizioni che tengano.
Il rispetto delle persone, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi è qualcosa che ci appartiene profondamente e che va al di là di qualsiasi ragione o causa.

La dottoressa una volta salita sul palco ci aveva raccontato di una mamma palestinese e di suo figlio che avevano salvato in ospedale. Un sorriso al di là delle barriere linguistiche e geografiche.
Anni fa in Brasile a testimoniare che un’altra guerra, quella economica, può provocare la fame, la miseria nei confronti di bambini abbandonati a loro stessi, senza un nome, una casa, una famiglia.
C’è chi vende armi, chi uccide i bambini in tanti modi, e chi, per dire di no a tutto questo, va nelle zone di guerra come medico, volontario, addetto all’informazione, perché la speranza continui ad esistere. Ad alimentarla.
Mi piace pensare che chi uccide i bambini non tenga conto che qualcuno ha definito i bambini come angeli. E che gli angeli non si possono uccidere.

Al termine dell’incontro del 13 settembre è intervenuto il cardinale Pizzaballa. Poche parole a testimonianza che la speranza non verrà mai persa.
Dietro di lui sembrava di vedere quel bambino di qualche anno palestinese che spingeva come in un gioco un carretto insieme con i suoi genitori.
Un sorriso di quel bambino che andava verso un’altra terra dove poter vivere in pace.


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