Il primo incontro con la Conferenza San Tarcisio, presieduta dal Confratello Marco Campanelli, è stato un intreccio di memoria, preghiera e sguardi rivolti al futuro, in cui le storie dei volontari hanno dato un volto concreto alle nuove povertà del quartiere e al desiderio di costruire una rete più vicina, discreta e profondamente umana. In un clima di ascolto e condivisione, la povertà si è rivelata nelle sue molteplici forme: non solo bisogni essenziali, ma anche solitudine, fragilità spirituale e mancanza di relazioni significative. Di fronte a tutto questo, i vincenziani hanno rinnovato la loro vocazione a un servizio silenzioso e fedele.
Un mandato che parte dall’ascolto
L’incontro si è aperto con la preghiera a San Vincenzo De Paoli e con la lettura di un’enciclica di Papa Francesco, che ha richiamato tutti a una “mistica dagli occhi aperti”, capace di vedere nella carne dei poveri la presenza viva di Cristo. Il presidente della Società di San Vincenzo De Paoli, Francesco Prezioso, ha spiegato di voler iniziare il suo nuovo mandato di tre anni incontrando personalmente le conferenze del territorio romano, per ricucire legami, creare sinergie e dare vita a una vera rete di prossimità.
Al centro della sua visione c’è il desiderio di «mappare le sofferenze» del territorio, un progetto condiviso tra tutte le conferenze, per non limitarsi alla risposta emergenziale ma costruire percorsi di accompagnamento, formazione e consapevolezza. Non solo aiuto materiale, dunque, ma anche attenzione agli strumenti, alla preparazione dei volontari e alla capacità di leggere le nuove forme di povertà, da quelle economiche a quelle relazionali e spirituali.
Le nuove povertà: oltre il pane
Nel dialogo è emerso con chiarezza come la povertà di oggi non sia più soltanto mancanza di cibo, ma anche isolamento, rinuncia, precarietà energetica, fragilità affettiva, dipendenze e mancanza di punti di riferimento. Il presidente ha sottolineato l’importanza dei social media come strumento utile a “far vedere” la testimonianza vincenziana: non mettersi al centro, ma proporre un modello di vicinanza che possa attirare soprattutto i più giovani.
La parola “dignità” ha attraversato più interventi: aiutare significa restituire alle persone la consapevolezza del proprio valore, senza esporle, senza esibirne i bisogni, ma proteggendone la storia e la fatica. In un quartiere dove “ci si conosce tutti”, i volontari sanno che spesso la richiesta di aiuto è mascherata; serve uno sguardo attento per cogliere, in un volto abbassato o in una parola trattenuta, il grido di chi non riesce a chiedere.
Le voci dei “veterani” del servizio
Elena, volontaria dagli anni Sessanta, ha ripercorso gli inizi della Conferenza, quando ci si incontrava la domenica dopo la prima Messa per parlare dei poveri del quartiere e si distribuivano buoni spesa. Con il tempo, però, ha maturato una consapevolezza decisiva: «il povero si deve aiutare, ma non lo deve sapere nessuno del quartiere», perché la carità vera custodisce la dignità e si esercita nel nascondimento.
Nei suoi ricordi scorrono famiglie arrivate dal Sud senza nulla, malati psichiatrici, alcolisti, persone dipendenti dalle droghe: storie complesse davanti alle quali, ripete, «si deve fare perché il Signore ci ha chiamato». Il momento più bello, racconta, resta la preghiera con i poveri, per chi lo desidera: «i loro occhi si illuminavano, aspettavano quel momento», segno che la povertà più profonda oggi è spesso una povertà spirituale, un vuoto di speranza e di senso.
Viola, anche lei da molti anni nella San Vincenzo, ha ricordato il servizio alle stazioni di Ostiense e Trastevere, dove si distribuivano piatti di pasta fumante a più di 150 persone. Colpisce la sua ferita ancora viva nel raccontare il dolore di dover dire di no a chi chiedeva un panino in più: «rifiutare di dare un panino era quello che mi faceva più male», perché dietro quella richiesta c’era sempre un volto, una storia, un’incognita sul bisogno di chi sarebbe arrivato dopo.
Maurizio, 84 anni e quasi mezzo secolo di servizio, ha raccontato il suo ingresso in Conferenza grazie a un amico che lo portò a visitare un uomo immobilizzato a letto, «che sembrava Gesù Cristo in croce» per come era disteso. Lo colpì in profondità la preghiera pronunciata accanto a quel letto, la percezione concreta che qualcosa “arrivava” a quella persona. Da allora porta nel cuore una convinzione: la visita è fondamentale, ma senza la preghiera manca qualcosa.
Segretezza, preghiera e dignità
Nel racconto di Maurizio emerge con forza la dimensione della segretezza: ciò che viene condiviso in Conferenza sulle persone aiutate deve restare riservato, «come in una confessione». Anche in famiglia non si parla di dettagli, perché la storia del povero non è materiale di conversazione, ma un dono prezioso da custodire. Questo stile rispecchia l’identità delle Conferenze come piccole comunità di fede e di amore, dove la carità nasce dalla preghiera condivisa e si traduce in decisioni prese insieme.
Oggi la Conferenza segue diverse famiglie, nel quartiere ma anche nelle zone limitrofe, come Tor Fiscale, dove la povertà abita ancora baracche sotto gli acquedotti e tetti da riparare. In queste case i volontari raccontano di ricevere molto più di ciò che portano, come nel caso di Floriana, donna a lungo inferma a letto, che con i suoi occhi azzurri e la serenità inspiegabile, “trasmetteva felicità” a chi andava a trovarla.
Una rete di relazioni che cura
Marco, presidente della Conferenza, ha condiviso lo stile del gruppo: il servizio nasce dall’andare sempre in due, porta a porta, per “ridare dignità” alle persone che si sono isolate. Ogni visita è un invito a risollevarsi, a sentirsi importanti, a scoprire che qualcuno tiene alla loro vita. Tra i servizi più significativi, Marco ha ricordato l’Oasi San Francesco, casa di cura dove i volontari visitano anziani soli, spesso dimenticati dai familiari, per donare loro un’ora di ascolto e di presenza.
Il parroco, Don Francesco, ha rimarcato che il fulcro non è il pacco alimentare, ma la relazione che nasce attorno ad esso: «il pacco è solo un mezzo», ciò che conta è la fiducia che si costruisce quando si va oltre la richiesta immediata. Dietro la domanda di aiuto, ha spiegato, si nascondono spesso ferite più profonde – dipendenze, storie familiari difficili, autostima spezzata – per le quali la comunità è chiamata a “vedere oltre” e ad aiutare ciascuno a «imparare ad amarsi».
Le storie che cambiano lo sguardo
Antonella, con una lunga esperienza francescana, ha raccontato il suo ritorno alla San Vincenzo come una chiamata a rimettere le proprie braccia a disposizione «del Signore e dei poveri». Da semplice consegna del pacco, il suo servizio è diventato un abbraccio reale, specialmente nel rapporto con un ragazzo cresciuto in una casa-famiglia tra violenza, droga e prostituzione in famiglia: un legame così forte che il distacco è stato vissuto con le lacrime e la fatica di “spezzare l’abbraccio”.
Nel suo sguardo emerge una passione particolare per le tematiche giovanili: i giovani – dice – vanno ascoltati a fondo, perché hanno molto da dire, anche quando sembrano chiusi e disorientati. Viola, che è stata insegnante, ha aggiunto che molti ragazzi «non hanno più un punto fermo»; tra famiglie aperte, relazioni fragili e gruppi in cui ci si rifugia, rischiano di perdersi, a volte in dinamiche autodistruttive.
Silvia, in Conferenza da pochi mesi, ha definito questo cammino una vera «scuola di vita cristiana», in cui «anche i miei occhi stanno cambiando nel guardare chi ha bisogno di aiuto». Al lavoro segue ragazzi che abbandonano la scuola anche in quartieri “per bene”: li percepisce “vuoti”, senza adulti che si avvicinino davvero a parlare con loro. Sogna di poter coinvolgere anche i giovani “ricchi” in esperienze concrete di servizio, perché possano scoprire che «un pacco fa la differenza» e che dietro ogni bisogno c’è una persona, non un numero.
Un progetto per i giovani e per il futuro
Nel dialogo finale è emersa con forza la necessità di un progetto dedicato ai giovani: «oggi i ragazzi non hanno esempi», ha ricordato il presidente Francesco Prezioso, sottolineando quanto siano sommersi da stimoli, rumori, notizie, mentre la scuola viene sempre più vissuta come un luogo distante e abbandonato. In questo contesto, la Conferenza San Tarcisio sente la responsabilità di diventare uno spazio di testimonianza credibile, dove gli adulti non si limitano a “parlare di valori”, ma li incarnano in gesti quotidiani di ascolto, accoglienza e cura.
La moglie di Marco ha chiuso la condivisione raccontando la sua storia personale: cresciuta povera, accolta in un collegio intitolato a San Vincenzo, dove ha ricevuto un amore che l’ha segnata per sempre, oggi porta nella Conferenza lo stesso “spirito di amore al servizio”. La sua esperienza, unita al cammino nel cammino neocatecumenale vissuto in Costa Rica, testimonia come l’incontro con una comunità capace di amare possa cambiare il corso di una vita.
Una comunità che “vede” la carne di Cristo
Questo primo incontro con la Conferenza San Tarcisio ha mostrato una comunità che non vuole essere spettatrice, ma protagonista di una carità umile e concreta, in linea con lo spirito della Società di San Vincenzo De Paoli, che da quasi due secoli è accanto alle persone più vulnerabili attraverso le sue Conferenze. Preghiera, visita, ascolto, segretezza, dignità: sono le parole che hanno attraversato le storie condivise e che delineano un cammino comune.
Nel volto dei poveri, malati, anziani soli, famiglie in difficoltà, giovani smarriti, i vincenziani hanno imparato a riconoscere «la carne di Gesù povero», come spesso ricorda Papa Francesco, e a lasciarsi evangelizzare da chi, pur non avendo nulla, sa donare uno sguardo di luce e di gratitudine. Da qui nasce il desiderio di proseguire: mappare le sofferenze, formarsi, costruire alleanze con altre realtà, usare anche i social come strumento di bene, per continuare a “fare spazio” a chi, oggi più che mai, ha bisogno non solo di un aiuto, ma di qualcuno che lo chiami per nome.


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